Sulla scorta del nuovo riferimento normativo, “il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, può disporre l’esperimento del procedimento di mediazione; in tal caso, l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello”. Il provvedimento è adottato “prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non è prevista prima della discussione della causa”. Il giudice fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6 (tre mesi) e, “quando la mediazione non è già stata avviata, assegna contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione”.

Operando in tale logica normativa, il Legislatore ha inteso perseguire due diverse finalità, assumenti, entrambe, una valenza socio-giuridica di notevole rilevanza, essendo, la prima, volta allo snellimento processuale tramite l’adozione di un semplice strumento deflattivo del contenzioso e, contestualmente, volto alla “pacificazione” delle parti al di fuori dell’ambito di un contenzioso che, qualora protratto, tende inevitabilmente all’esasperazione del conflitto.

Pertanto si può pacificamente asserire che il procedimento di mediazione civile, esperito da un Organismo altamente qualificato, giuridicamente riconosciuto, logisticamente dotato di professionisti idoneamente formati, può assumere alta rilevanza nei procedimenti civili, configurandosi quale valido strumento per il Magistrato che, ravvisandone la possibilità e/o l’opportunità, ritenga il conflitto componibile in una sede svincolata dai rigidi legami procedurali e, operando in un’ottica di economia processuale, si proponga come “fautore di pace” mediante l’impiego di un Organo suo “ausiliario”.